
San Roberto Bellarmino indica le condizioni di validità di un Concilio Generale
Argomento dottrinale
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San Roberto Bellarmino stabilisce inoltre quattro condizioni affinché un tale Concilio Generale sia valido. Egli afferma che è necessario:
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«…che la convocazione sia generale, cioè che sia conosciuta da tutte le principali province cristiane.»
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«…che nessun vescovo sia escluso, ma che chiunque venga possa venire, purché sia accertato che egli è vescovo e non scomunicato.»
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«…che siano presenti i quattro patriarchi principali, […] cioè i patriarchi di Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme» (Ma, dice San Bellarmino, questi patriarchi non sono più necessari, poiché oggi sono certamente scismatici.)
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«…che almeno alcuni vengano dalla maggior parte delle province cristiane.» [1]
Il Concilio Generale Imperfetto è dunque legittimo a queste condizioni. La storia della Chiesa, in particolare in occasione del Concilio di Costanza, mostra che il Concilio Generale può svolgere un ruolo cruciale nell’affrontare una crisi grave che minaccia l’unità ecclesiale. Quando l’autorità papale è usurpata o incerta, il Concilio costituisce un rimedio straordinario. Convocato dai vescovi rimasti fedeli, esso agisce in supplenza per restaurare il papato legittimo e manifestare l’unità della Chiesa, senza per questo creare una nuova gerarchia né rovesciare l’autorità pontificia.
Non si tratta di un atto di sovversione. È, al contrario, un atto necessario per garantire la continuità della Chiesa visibile e la restaurazione della sua autorità. Un tale concilio non usurpa nulla, ma supplisce a una mancanza, colma un vuoto. Esso mira a ristabilire l’ordine normale piuttosto che a sovvertirlo.
I teologi giustificano questo potere straordinario sulla base di due principi fondamentali: l’indefettibilità della Chiesa, che garantisce che essa non può scomparire né perdere la sua unità, e l’idea che, in assenza di un papa certo, la Chiesa universale divenga essa stessa il soggetto ultimo dell’autorità, capace di agire per assicurare la propria sopravvivenza. Si tratta di una misura transitoria dettata dalla necessità.
Sant’Alfonso insegna «che il Papa sia superiore al Concilio non si deve intendere del Papa dubbio in tempo di scisma, quando esiste un dubbio probabile sulla legittimità della sua elezione; poiché allora ciascuno deve sottomettersi al Concilio, come ha definito il Concilio di Costanza. Allora infatti il Concilio Generale trae immediatamente da Cristo il potere supremo, come nel tempo di vacanza della Sede Apostolica, come osserva giustamente sant’Antonino.» [2]
La teologia, il diritto canonico, la storia e l’azione dei santi convergono dunque nel mostrarci che il Concilio Generale Imperfetto rappresenta la via realistica e tradizionale per uscire dalla crisi attuale e restituire alla Chiesa la sua unità gerarchica. Chiamiamo pertanto a riconoscere finalmente l’autorità dell’Episcopato cattolico attuale. Affermiamo che esso ha il diritto e il dovere di agire. Ci proponiamo di operare sotto la sua autorità per la convocazione in Concilio di tutti i vescovi cattolici fedeli, i quali sono certamente detentori del potere necessario a una tale azione straordinaria, al fine di porre rimedio a un problema gravissimo che oggi affligge la testa della Chiesa.
[1] San Roberto Bellarmino, De conciliis et Ecclesia, in Opera omnia, t. II, lib. I, cap. XVII, «Quot episcopi requirantur ad generale concilium» (Neapoli: apud Josephum Giuliano, 1857), 31–32.
[2] Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, Theologia Moralis, t. 1 (Augustae Taurinorum: Ex Typis Hyacinthi Marietti, 1879), lib. I, tract. II, De legibus, n. 421, 86.